Gio 15 Nov 2007

Se la pensano così a Hollywood, potete crederci: hanno fiuto, per certe faccende.
Tutto merito dell’effetto-Olimpiadi? E’ una spiegazione un po’ limitativa. I Giochi invernali li hanno fatti anche a Sarajevo, o a Sapporo: ma non è capitato nulla di particolare - beh, a Sarajevo qualcosa è capitato, ma niente di buono, e soprattutto niente che riguardasse mondanità, turismo o joie de vivre.
Piuttosto, è lo stato - e l’insieme - delle cose: poche altre città in Europa hanno, in pochi anni, trasformato così profondamente la propria immagine. Il grigio dormitorio di un tempo appare oggi a un osservatore esterno come una metropoli scintillante - fors’anche al di sopra della realtà; e non soltanto in virtù delle Luci d’Artista, che pure aiutano. I problemi hanno meno risonanza, fuori dall’ambito locale, rispetto ai fascini. L’innovazione è stata una carta vincente: mentre a Torino ci si scanna sulla questione dei grattacieli, arrivano gli assessori all’urbanistica di mezza Italia per studiare la rivoluzione architettonica subalpina, e ammirare i progetti di Renzo Piano.
Sta di fatto che Torino, da appartata marca di confine, è trasmutata in luogo del desiderio, dove bisogna esserci: per un matrimonio mondano, come quello del numero uno della Mondadori alla Reggia di Venaria, o per un evento chic&choc del calibro di Artissima, affollato di collezionisti e presenzialisti, scrittori come Aldo Busi, maestri del gossip come Roberto D’Agostino in visita alla casa di Patrizia Sandretto, un sacrario della contemporaneità ricercatissimo dalle riviste d’interior design più à la page.
Eventi e cultura sono strumenti di visibilità formidabili: tuttavia il Festival del Teatro Europeo o la stagione del Regio, il Museo del Cinema e l’Egizio, per quanto importanti, non spiegano completamente il cambio di prospettiva. Né sarebbe bastata, da sola, l’operazione Film Commission, che ha riportato a Torino il grande cinema, con i grandi attori, i grandi registi. Tutto ciò può dare notorietà; creare nuovo lavoro; favorire il turismo. Per essere «cool» ci vuole altro. Torino è «cool» perché è piena di torinesi - autoctoni o d’adozione - che sono dannatamente «cool». C’è la gente che piace alla gente. Per gli altri italiani, questa è - innanzi tutto - la città di Luciana Littizzetto che, con marcato accento subalpino, gira lo spot dei telefonini in piazza Vittorio; la città dove c’è un festival cinematografico diretto da Nanni Moretti; la città della brillante Evelina Christillin e del matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi, del bonario Gambarotta, del corrosivo Chiambretti, della geniale Carol Rama; la città dei calciatori amatissimi Del Piero e Buffon; la città dove arrivano in gita le ragazzine sperando di incontrare i Subsonica ai Murazzi, la band più «cool» del Paese in uno dei posti più «cool» del Paese.
A proposito di calciatori e subsonici: i torinesi sono «cool» anche perché si accoppiano con donne bellissime. Eva Herzigova, Alena Seredova, Fernanda Lessa si sono torinesizzate per amore. Ciò è decisamente «cool». E poi, come può non essere «cool» una città dove lavorano artisti «cool» come Peter Greenaway e Dante Ferretti; e dove ha scelto di abitare per i prossimi sei mesi il guru del cyberpunk Bruce Sterling?
La riscossa della Fiat ha dato il tocco finale. La Fiat oggi è «cool» come mai in passato; gli spot girati al Lingotto sono «cool»; la Cinquecento è «cool».
Soltanto i torinesi stentano ad accettare il loro nuovo status di abitanti di una città «cool». Conosco un torinese che, lo scorso weekend, era in Inghilterra, e ha deciso di concedersi una botta di vita lanciandosi nello sfrenato nightclubbing londinese. I suoi amici londinesi lo guardavano come un matto; non capivano perché andasse in discoteca a Londra proprio quella notte, mentre il posto «cool», per i nightclubbers di mezza Europa, era Torino, dove per «Club To Club» s’erano dati convegno i più rinomati deejay del pianeta. D’altra parte non è improbabile che, entrando in un locale di Londra, o di Barcellona, si scopra che il super-deejay che sta facendo esplodere il dance-floor è un torinese, si chiami Gigi D’Agostino o Giorgio Valletta o Sergio Ricciardone. E questo, credeteci, è definitivamente cool.
GABRIELE FERRARIS (La Stampa)

Dicembre 6th, 2007 at 11:27 am
Articolo stupendo, è proprio tutto vero ed io sono sempre più fiera di essere torinese…alla faccia dei buja nen!