Foto 2005 di Roberto Bao
Cinema, mondanità, cultura, personaggi: tutte le nuove mode ora abitano qui
Di solito, capitava il contrario: i film italiani li giravano in Italia, e poi, per dargli l’ambientazione sofisticata - tipo New York, le Bahamas, Saint Tropez - inserivano un po’ di panorami da cartolina, così da far credere allo spettatore che la vicenda si svolge proprio in quei posti prestigiosi. Adesso, la situazione si rovescia. Il blockbuster hollywoodiano «The Bourne Ultimatum», terzo episodio della saga spionistica interpretata da Matt Damon, l’hanno realizzato altrove, presumo per esigenze produttive: ma la vicenda prende dichiaratamente l’avvio a Torino, e a dare verisimiglianza alla fittizia ambientazione ci sono le riprese d’esterni con la Gran Madre e piazza Vittorio. Insomma, Torino è di moda. «Cool», direbbero gli americani. Un posto figo, traduciamo per i non anglofoni.

Se la pensano così a Hollywood, potete crederci: hanno fiuto, per certe faccende.

Tutto merito dell’effetto-Olimpiadi? E’ una spiegazione un po’ limitativa. I Giochi invernali li hanno fatti anche a Sarajevo, o a Sapporo: ma non è capitato nulla di particolare - beh, a Sarajevo qualcosa è capitato, ma niente di buono, e soprattutto niente che riguardasse mondanità, turismo o joie de vivre.

Piuttosto, è lo stato - e l’insieme - delle cose: poche altre città in Europa hanno, in pochi anni, trasformato così profondamente la propria immagine. Il grigio dormitorio di un tempo appare oggi a un osservatore esterno come una metropoli scintillante - fors’anche al di sopra della realtà; e non soltanto in virtù delle Luci d’Artista, che pure aiutano. I problemi hanno meno risonanza, fuori dall’ambito locale, rispetto ai fascini. L’innovazione è stata una carta vincente: mentre a Torino ci si scanna sulla questione dei grattacieli, arrivano gli assessori all’urbanistica di mezza Italia per studiare la rivoluzione architettonica subalpina, e ammirare i progetti di Renzo Piano.

Sta di fatto che Torino, da appartata marca di confine, è trasmutata in luogo del desiderio, dove bisogna esserci: per un matrimonio mondano, come quello del numero uno della Mondadori alla Reggia di Venaria, o per un evento chic&choc del calibro di Artissima, affollato di collezionisti e presenzialisti, scrittori come Aldo Busi, maestri del gossip come Roberto D’Agostino in visita alla casa di Patrizia Sandretto, un sacrario della contemporaneità ricercatissimo dalle riviste d’interior design più à la page.

Eventi e cultura sono strumenti di visibilità formidabili: tuttavia il Festival del Teatro Europeo o la stagione del Regio, il Museo del Cinema e l’Egizio, per quanto importanti, non spiegano completamente il cambio di prospettiva. Né sarebbe bastata, da sola, l’operazione Film Commission, che ha riportato a Torino il grande cinema, con i grandi attori, i grandi registi. Tutto ciò può dare notorietà; creare nuovo lavoro; favorire il turismo. Per essere «cool» ci vuole altro. Torino è «cool» perché è piena di torinesi - autoctoni o d’adozione - che sono dannatamente «cool». C’è la gente che piace alla gente. Per gli altri italiani, questa è - innanzi tutto - la città di Luciana Littizzetto che, con marcato accento subalpino, gira lo spot dei telefonini in piazza Vittorio; la città dove c’è un festival cinematografico diretto da Nanni Moretti; la città della brillante Evelina Christillin e del matematico impertinente Piergiorgio Odifreddi, del bonario Gambarotta, del corrosivo Chiambretti, della geniale Carol Rama; la città dei calciatori amatissimi Del Piero e Buffon; la città dove arrivano in gita le ragazzine sperando di incontrare i Subsonica ai Murazzi, la band più «cool» del Paese in uno dei posti più «cool» del Paese.

A proposito di calciatori e subsonici: i torinesi sono «cool» anche perché si accoppiano con donne bellissime. Eva Herzigova, Alena Seredova, Fernanda Lessa si sono torinesizzate per amore. Ciò è decisamente «cool». E poi, come può non essere «cool» una città dove lavorano artisti «cool» come Peter Greenaway e Dante Ferretti; e dove ha scelto di abitare per i prossimi sei mesi il guru del cyberpunk Bruce Sterling?

La riscossa della Fiat ha dato il tocco finale. La Fiat oggi è «cool» come mai in passato; gli spot girati al Lingotto sono «cool»; la Cinquecento è «cool».

Soltanto i torinesi stentano ad accettare il loro nuovo status di abitanti di una città «cool». Conosco un torinese che, lo scorso weekend, era in Inghilterra, e ha deciso di concedersi una botta di vita lanciandosi nello sfrenato nightclubbing londinese. I suoi amici londinesi lo guardavano come un matto; non capivano perché andasse in discoteca a Londra proprio quella notte, mentre il posto «cool», per i nightclubbers di mezza Europa, era Torino, dove per «Club To Club» s’erano dati convegno i più rinomati deejay del pianeta. D’altra parte non è improbabile che, entrando in un locale di Londra, o di Barcellona, si scopra che il super-deejay che sta facendo esplodere il dance-floor è un torinese, si chiami Gigi D’Agostino o Giorgio Valletta o Sergio Ricciardone. E questo, credeteci, è definitivamente cool.

GABRIELE FERRARIS (La Stampa)